Dario Martinelli: un libro per mio figlio

Martinelli2014“Lettera ad un futuro animalista” di Dario Martinelli (Mursia 2014) è strutturato in forma di epistolario: una trentina di lettere al figlio Elmis, ognuna delle quali affronta un grande tema declinato sullo sfondo della questione animale – identità, coerenza, coscienza, dignità, discriminazione, libertà…

Dopo avere letto qualche pagina del libro e la biografia, decido di intervistare Dario. Ci diamo così appuntamento per un’intervista su Skype.

In un grigio sabato mattina di pioggia e freddo, io a Venezia, lui a Vilnius, all’ora fissata Dario mi appare sullo schermo del computer: accoccolato in una felpa blu, mi sorride da dietro gli occhiali, sullo sfondo di una parete di libri. Subito, manifesta una preoccupazione: “Ma videoregistri? Scusami, mi sono vestito da casa, vado a cambiarmi!”. Io rido, lo tranquillizzo, e quando poi mi accenna ai suoi studi sui canti delle megattere, capisco che fare questa intervista mi piacerà assai.

Dario è un migrante: cresciuto a Trani, si è laureato al DAMS di Bologna con una tesi sul canto delle megattere. Si è poi trasferito ad Helsinki per continuare gli studi nel campo della zoomusicologia, e dal 2012 vive con la moglie e il figlio a Vilnius.

Un migrante felice e fortunato: ha saputo cercare e trovare le occasioni di studio e lavoro che gli hanno consentito di coltivare le proprie passioni di ricerca scientifica, intellettuale ed etica. Ora è direttore dell’International Semiotics Institute (Kaunas, Lituania), ordinario di Musicologia e Studi Culturali presso la Kaunas University of Technology, docente di Semiotica e Musicologia presso l’Università di Helsinki, e docente di Metodologie della Semiotica e degli Studi di Comunicazione presso l’Università della Lapponia.

Ha pubblicato numerosi saggi con a tema la comunicazione animale, il rapporto esseri umani-altri animali e l’etica animalista. Tra questi, le monografie “How Musical Is a Whale?” (2002), “Proposals for a Zoosemiotic Handbook” (2006), “Of Birds, Whales and Other Musicians” (2009), “A Critical Companion of Zoosemiotics” (2010), “Quando la musica è bestiale per davvero” (2011) e “Lights, Camera, Bark! – Representation, semiotics and ideology of non human animals in cinema” (2014).

Dario, hai dedicato questo tuo libro a tuo figlio Elmis. Come mai il titolo “Lettera a un futuro animalista”? Cosa intendi per “animalista”?

Ho scritto il libro pensando ad un’ampia fascia di lettori, sopratutto genitori; così ho scelto un termine immediatamente riconoscibile, più generale rispetto, ad esempio, ad “antispecista”.  E ho cercato di dare già dal titolo un’impronta chiara: dobbiamo pensarci tutti in termini di animalità. L’essere genitori fa parte dell’essere animali, e l’essere animalista, per me, significa prendersi cura di tutti gli animali, compresi gli umani.

Come nasce il tuo animalismo?

I miei genitori non erano vegetariani, ma mi hanno insegnato la sensibilità ed il rispetto per gli animali, ed abbiamo sempre avuto animali in casa. Ho coltivato questa sensibilità, e mi sono avvicinato sempre più al mondo animale attraverso gli studi di zoomusicologia. Verso la fine degli anni ’80, sono entrato a far parte di associazioni animaliste, ma non ero vegetariano. Ero, come molti, auto indulgente verso me stesso, mi dicevo “Non si può non mangiare animali”. Ho così passato quattro – cinque anni di contrattazione con me stesso, fino a che non ho ricevuto un segno. (Ride) Ebbene sì: io, ateo materialista, dopo che avevo trascorso una notte d’inferno con una Manzotin che mi devastava lo stomaco, ho deciso che era un segnale preciso e che non avrei più toccato carne o pesce.

In quale delle due principali correnti antispeciste ti riconosci: nel neoutilitarismo di Peter Singer  o nella teoria del valore di Tom Regan? O hai altri pensatori di riferimento?

In realtà amo il pluralismo, e attingo elementi di riflessione e concetti un po’ da tutti coloro che si occupano della questione animale. Credo poi nella necessità di non chiudersi mai a nuove prospettive e nuove valutazioni. Infine, credo che sia necessario evitare eccessive personalizzazioni: infatti, purtroppo, accade che anche all’interno dei movimenti animalisti e antispecisti si creino delle fazioni, dettate sia da diverse correnti ideologiche, sia dall’emergere di singole personalità narcisiste. Tutto ciò indebolisce il movimento animalista e ci rende meno credibili agli occhi dell’opinione pubblica.

Parliamo di abbigliamento. Nel tuo libro, accenni al fatto che eviti di vestire tuo figlio con derivati animali (piumini, colli in pelliccia). E tu? come ti vesti? In generale, qual’è il tuo stile?

Discrezione e sobrietà sono parole chiave nel mio modo di presentarmi al mondo, anche nel vestiario. Al lavoro e nei convegni mi piace vestirmi classico elegante: giacca e cravatta, toni blu, grigio, marrone. Mi piace vestirmi bene, e mi piacciono le persone che curano il proprio aspetto. Essere animalisti non significa essere ciabattoni! Quindi (sorride) ben venga VegFashion!

Anche nella cura del corpo mi piacciono i riti classici: mi rado con il rasoio a mano, con schiuma e pennello – ovviamente, il pennello è sintetico della Body Shop! Uso fragranze classiche, sia perché mi piacciono, sia perché essendo “datate” non richiedono sperimentazioni – ad esempio Taylor of Old Bond Street, ditta londinese del XIX secolo.

Sarebbe bello che un domani fosse possibile nel web non solo guardare video e ascoltare musica, ma anche sentire profumi e odori legati alle immagini. Che ne pensi?

(Sorride) Beh, se fosse possibile, la mia intervista dovrebbe avere i toni del vetiver.

Con questa leggera e ironica digressione etico-estetica, terminiamo l’intervista.

5597561_315894La migliore sintesi del contenuto e del senso del libro,  si ritrova nella stessa “Premessa”, ove Dario Martinelli spiega, con parole misurate ma emozionanti, le ragioni che lo hanno spinto a scriverlo: “Tutto è di nuovo possibile quando ti nasce un bambino. È possibile correggere i tuoi errori, attraverso la speranza che lui non li ripeta. È possibile offrirgli un mondo più confortevole, a cui tu non hai avuto accesso. È possibile non fargli pagare il conto delle cose che hai subito tu, e allo stesso tempo fargli raccogliere i frutti di quello che hai costruito. È possibile, infine, farne una persona migliore di ciò che sei stato capace di diventare tu. Ho scritto questo libro perché voglio parlare di una responsabilità precisa (ed enorme) che mi sono preso, tra tante altre, nei confronti di mio figlio Elmis. La responsabilità, ovvero, di dargli un’educazione animalista. Me la sono presa per una serie di motivi. Il primo, ovviamente, è che animalista lo sono anch’io. Sono vegetariano, rifiuto ogni forma di maltrattamento sugli animali non umani, sono attivo in più di un’associazione animalista e, come docente e ricercatore universitario, ritengo di essere nella posizione di poter scrivere saggi e libri come questo. Si tratta di un fattore talmente fondante della mia identità di persona adulta che non posso non trasferirlo a mio figlio: sarebbe come mentirgli su chi veramente è suo padre.

Vorrei che lui creda in quello in cui io stesso credo: certo che lo vorrei! Se poi, però, un giorno dovessero venirgli dei dubbi e dovesse prendere direzioni diverse, come dicevo, lo asseconderei e non lo reprimerei. Ma se non provassi a trasmettergli quello che ritengo importante della vita, non starei evidentemente svolgendo il mio lavoro di genitore in modo corretto.

Il secondo motivo è che ritengo che essere animalista sia un modo giusto di «essere al mondo», e contribuire al suo sviluppo. Come persone, abbiamo senz’altro dei doveri verso il mondo, a cominciare dal tentare di migliorarlo. Credo che essere animalisti sia un eccellente modo di adempiere a questo dovere.

Il terzo motivo (e mi fermo qui, anche se ce ne sarebbero altri) è che essere animalista mi sembra un’ottima cosa anche per la personale formazione di un individuo, in quanto incoraggia lo sviluppo di una serie di valori paralleli, che pure vorrei trasmettere a Elmis. Senz’altro sviluppa sensibilità, compassione, senso critico, senso di giustizia, tolleranza ed empatia verso la diversità, cultura, rigetto di stereotipi e pregiudizi, coraggio, passione. Chi non vorrebbe un assetto del genere nella «carrozzeria» caratteriale del proprio figlio?”

Grazie, Dario. E un bacio a Elmis, bimbo fortunato.

ElmisDarioDog

Author: zappomao

Share This Post On

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *